I ricordi nascosti
“…Si en mon pais on veut dire qu’un homme n’a poinct de sens, il disent
qu’il n’a point de memoire, et quand je me plains du defaut de la mienne,
ils me reprennent et mescroient, comme si je m’accusois d’estyre insensé.
Ils ne voyent pas de chois entre memoire et entendement…Mais ils me font
tort, car il se voit par experience plustost au rebours que les memoires
excellentes se joignent volontiers aux jugemens debiles” (Essais,I,IX).
(“Se al mio paese si vuol dire che un uomo non ha senno, dicono che non ha
memoria, e quando mi lamento della mancanza della mia, mi rimbeccano e non
vogliono credermi, come se mi accusassi di essere insensato. Non vedono
differenza fra memoria e intelligenza…Ma essi mi fanno torto, perché
l’esperienza insegna piuttosto il contrario; che cioè memorie eccellenti
si uniscono volentieri a intelletti deboli”. Saggi, IX,p.47)
Sono nato a Cagliari l’8 maggio 1936. Quante volte ho ripetuto
meccanicamente, vorrei dire burocraticamente, questa frase, quasi che una
delle poche affermazioni certe sulla mia vita neppure mi riguardasse.
Quanto non fa parte dei miei ricordi è come se non facesse parte di me. Ho
vissuto a Cagliari per i primi tre anni della mia vita – i più importanti,
dicono, per la formazione del carattere e della personalità – e non
ricordo quasi niente. In cinquant’anni, alla memoria consapevole – nei
sogni,non so – sono affiorati soltanto ricordi di cabine al mare del
Poetto, di una canzone balbettata (“Non dimenticar le mie parole”), di un
tuffo dalle braccia di mio padre. Ma neppure di questi sono sicuro, può
darsi benissimo che siano stati ricostruiti più tardi dai racconti di mia
madre.
Mi chiedo spesso quale sia la ragione per cui certuni hanno una memoria
debole e altri invece una memoria ricca e vivace. Se dipenda
dall’intensità emotiva delle esperienze vissute o dalla censura, più o
meno severa, che ognuno di noi esercita sul proprio inconscio. Se è così
devo dire che all’ingresso della mia coscienza si è messo un guardiano
rigido e avaro. Dei miei primi anni di vita conservo soltanto il ricordo
di qualche gesto, di qualche rapida sensazione che non saprei legare a un
momento determinato. Una memoria di immagini: mio padre che prima di
spegnere la luce nella nostra camera di bambini mi fa il segno di croce
dopo avermi fatto dire la “preghierina”, o il volto di mia madre che si
china sulla mia fronte per un bacio leggero dopo aver rincalzato le
coperte, o il brontolio del babbo (“bambini, dormite!”) che si infila
nella stanza buia dal nastro di luce attorno alla porta socchiusa, mentre
ci attardiamo, i miei fratellini ed io, a confortarci l’un l’altro con le
ultime stupidaggini. E ancora l’immagine sfocata dei miei genitori quando
improvvisamente la notte si riaccendeva la luce, due braccia mi
sollevavano, infilavano un cappottino sopra il pigiama e mi trascinavano
nella penombra del rifugio antiaereo. Rivedo, in quel lavatoio
sotterraneo, la stampa di un crocifisso con la scritta “Gesù mio
misericordia”, riascolto il borbottio della nonna Dina che guidava la
recita del rosario sullo sfondo di un brusio lamentoso, il latino
strascicato confuso al ronzio grave e ritmato dei bombardieri, al tonfo
sordo di bombe lontane, fino al cessato allarme. Ricordi sbiaditi, che si
fanno più nitidi nel dormiveglia, quando la coscienza, meno vigile, se li
lascia scappare.
Credo di avere una memoria particolarmente dispettosa. In genere, si
rifiuta di obbedire a comando, ma è capace di funzionare a meraviglia
quando è stimolata da un profumo particolare, o da un’atmosfera visiva o
sonora che mi riporti al passato. Allora rivivo con improvviso stupore
momenti che parevano del tutto dimenticati. Chissà quanta parte della mia
vita dorme sepolta negli archivi della corteccia cerebrale, in attesa di
un improbabile richiamo. Ma dorme davvero? oppure tutti quei ricordi non
ricordati continuano, nei sotterranei dell’inconscio, a tessere la trama
invisibile della mia vita di oggi? La gran parte di quello che ho letto e
studiato in tanti anni sembra scomparso dalla memoria. Ma non posso
credere che sia stato tutto tempo sprecato. Di certo ha lasciato una
traccia nel mio modo di vivere, di pensare, di parlare, di comportarmi con
gli altri. In che cosa consiste precisamente quella traccia? La
psicobiologia ha scoperto da poco che il cervello non fissa i ricordi una
volta per sempre, ma li rielabora e li aggiorna continuamente, così che
diventa impossibile stabilire non solo quanto vi sia di vero o di falso,
ma anche quanto la testimonianza che rendiamo a noi stessi (ed
eventualmente agli altri) di un avvenimento rimanga invariata.
Ho letto anche che ricordiamo soltanto le nostre emozioni, o meglio che
ricordare significa rivivere quelle emozioni, più o meno intense, che
hanno accompagnato l’ esperienza passata. Sarà certo così, ma dovrei
considerare emozione anche la noia che provavo nel mandare a memoria, per
obbligo scolastico, poesie stupidissime che non riesco a dimenticare. La
messa in latino me la ricordo quasi tutta, forse per averla “servita”
tante volte da ragazzo, e nel pronunciare quelle formule, oggi così
desuete, provo ancora uno strano piacere. E mi emoziono a riascoltare
qualche vecchio motivo degli anni ‘40, bastano poche note di “Ma l’amore
no” per riascoltare la vecchia radio di casa, seduto al sole sul davanzale
di marmo della camera dei miei genitori. Quel davanzale (un ricordo tira
l’altro, e la memoria registra per “mappe”, dicono gli psicobiologi) dove
il babbo nascose, avvolto in un pezzettino di carta di quaderno, il primo
dente di latte caduto, in cambio del quale un generoso topolino avrebbe
lasciato una moneta. Ma sì, chissà quanti altri momenti ha registrato la
memoria, che basterebbe avere la pazienza di rintracciare, uno per uno,
come perline rotolate sotto un divano. Anziché “non ricordo” dovrei dire,
il più delle volte, “non sono capace di ricordare”. Un po’ come bussare
alla porta di un vicino che dorme: chi può dire se, battendo ancora più
forte e più a lungo, non riuscirei davvero a svegliarlo?
Che al paese di Montaigne non facessero gran differenza tra smemorati e
insensati, non è poi così strano, vuoi perché la perdita della memoria -
negli anziani, ad esempio – è spesso sintomo di decadimento cerebrale,
vuoi soprattutto perché di convenzioni e valori e norme da apprendere e
ricordare è fatto tutto il “senso comune”. Così è anche oggi, figuriamoci
nella provincia francese del ‘500. Del resto, non è lo stesso Montaigne a
rammentarci che gli uomini hanno sempre la brutta abitudine di giudicare
insensato o addirittura “innaturale” tutto ciò che non corrisponde ai
modelli etici e culturali del loro ambiente? Che memorie eccellenti si
uniscano spesso ad intelletti deboli, anche questo è vero, ma solo per chi
riconosce la forza di un intelletto nella sua capacità di immaginazione e
di analisi, doti che raramente vengono chieste a chi vuole crescere nella
stima sociale. Meglio, molto meglio per quest’ultimo se sarà in grado di
citare a memoria a seconda delle convenienze, o di ricordare senza
difficoltà i volti e gli interessi delle persone che incontra, o di
rammentarsi in tutte le circostanze di ciò che la gente si attende da lui.
Quanto a me, poiché ho finito da un pezzo di rincorrere il successo in
società e mi sono rassegnato anche a passare per “orso” pur di evitare la
fatica e la noia di coltivare rapporti sociali, considero una buona
immaginazione qualità più preziosa e gratificante di una buona memoria.
Pronto tuttavia a riconoscere che, se fossi completamente senza memoria,
non sarei neppure in grado di immaginare.

