Vivere nel presente
“L’ame qui n’a point de but estably, elle se perd: car, comme on dict,
c’est n’estre en aucun lieu, que d’estre par tout” (Essais,I,VIII).
(“L’anima che non ha una mira fissa, si perde: poiché, come si dice,
essere dappertutto è un essere in nessun luogo”. Saggi, VIII,p.46).
“Quando ho fame, mangio. Quando sono stanco, dormo”. Sulle prime mi sembrò
una banalità, uno di quegli assiomi apparentemente privi di significato
che i maestri zen propongono alla meditazione dei discepoli.
Apparentemente privi di significato e proprio per questo più adatti a
liberare la mente dai pensieri involontari. Provai a concentrarmi sul
respiro e mi accorsi che la mente era incapace di restarne cosciente per
più di qualche minuto. Imparai che potevo ottenere un miglior risultato
contando al ritmo del respiro. Se mi accorgevo di essermi distratto,
ricominciavo da capo a contare, e se i pensieri involontari continuavano -
ciò che non riuscivo a evitare nei momenti di preoccupazione o di tensione
nervosa – provavo a introdurre qualche difficoltà (contando alla rovescia,
saltando le cifre pari o dispari) così da obbligarmi a concentrare le mie
energie sull’azione del respirare.
Esercizi “yoga” da dilettanti, ma sufficienti a farmi capire il senso di
quella frase, a darmi la misura di quanto distrattamente compiamo le
nostre azioni. Il più delle volte non siamo noi a mangiare, ma soltanto la
nostra bocca. Assorti in altri pensieri, per lo più involontari, non
gustiamo neppure il cibo. Così è per quasi tutto ciò che facciamo, per la
gran parte della nostra giornata e della nostra vita. Viviamo come automi.
Potrei dire che, in realtà, non viviamo affatto, se non in qualche momento
di vera lucidità.
Mi capita spesso di pensare che la volontà non sia altro che
concentrazione di energia mentale.Non sono capace di concentrarmi su una
cosa, per questo penso di non riuscirvi. Non sarò certo io a negare
l’importanza del progresso tecnico per la vita dell’uomo, ma se la
conoscenza di una determinata tecnica fosse davvero indispensabile a
compiere un’operazione, quella stessa tecnica non sarebbe mai stata
inventata. Niente giova alla soluzione di un problema come trovarsi a
risolverlo in stato di necessità. Ogni volta che mi trovo di fronte a una
difficoltà, la prima reazione è quella di valutare se quello che sto
facendo è davvero necessario, la seconda è quella di vedere se è possibile
rimandarlo, la terza è un tentativo di lasciare ad altri la fatica di
risolverla e solo se mi pare di non avere altra via di scampo riesco a
trovare tutta la determinazione (leggi: concentrazione) che occorre per
venirne a capo. Quando ci riesco, il piacere è proporzionato allo sforzo
richiesto, mentre la rinuncia si porta sempre dietro un senso di
frustrazione e di colpa. La mia depressione, qualche anno fa, si
alimentava proprio di una catena distruttiva di rinunce e di frustrazioni,
un meccanismo perverso che mi aveva gradualmente condotto all’immobilità e
all’impotenza. Per uscirne, ho dovuto fare il cammino inverso, un piccolo
esercizio di volontà dopo l’altro, strappando faticosamente le mie energie
mentali al caos dei pensieri involontari. Una ginnastica del cervello che,
soprattutto agli inizi, risulta di gran lunga più faticosa di quella
muscolare, ma che, come questa, può diventare agevole con un allenamento
metodico.
Quasi sempre, subito dopo un sogno molto intenso, piacevole o spiacevole
non importa, mi sveglio sudato e col respiro affannoso, come se
all’intensità del sogno corrispondesse una forte concentrazione di
energia mentale. Mi chiedo se ciò sia dovuto soltanto ad una
partecipazione emotiva, oppure se una concentrazione di energia sia
richiesta comunque, nello stato di sonno come in quello di veglia, per
aumentare il livello di coscienza. Mi chiedo anche a che sia dovuta quella
straordinaria sensazione di “lucidità” che ho provato in alcuni sogni,
specie durante l’analisi, molto simile a quella sperimentata da sveglio in
rare occasioni, come se vi fosse una reazione analoga a crescenti livelli
di percezione verso il mondo esterno durante la veglia e a crescenti
livelli di percezione verso il mondo interiore durante il sogno. Non ho
mai fatto uso di allucinogeni, ma immagino che producano sensazioni di
questo tipo, e così pure le estasi mistiche. Ho appreso che all’origine
delle stigmate sarebbe proprio una straordinaria concentrazione
sull’immagine del crocifisso in condizioni particolari del sistema nervoso
e in soggetti culturalmente deboli ma ultrasensibili. Dovrò approfondire
l’argomento su qualche testo specializzato.
Non si ha concentrazione senza determinazione, e non si ha determinazione
senza motivazione. Il successo ripetuto – la fede può rappresentare
un’alternativa, ma non sempre – arricchisce la motivazione, e di
conseguenza si accrescono determinazione e concentrazione. Ho
sperimentato che per avere concentrazione è indispensabile un rapporto
affettivo, e non soltanto intellettuale, con l’azione da compiere. Se
un’azione, creativa o anche non creativa come la lettura di un libro o
l’ascolto di un disco, non mi interessa, il minimo disturbo sarà
sufficiente a distrarmi. Può sembrare una banalità, ma non tanto se si è
stati colpevolizzati per una vita per mancanza di ” buona volontà” . “Ci
vorrebbe una buona fame!”, mi dicevano se storcevo il naso davanti a una
pietanza. Quella, sì, era una banalità. Ecco qual è il ruolo sociale
(essenziale) di religione e morale: quello di fornire motivazioni
alternative per azioni utili socialmente – anche quando l’utilità non è
solo dei gruppi dominanti – ma prive di interesse personale immediato. E
la motivazione può essere la speranza del paradiso o la paura
dell’inferno, o anche solo la stima dei superiori e del prossimo. Niente
di male, basta saperlo. Giorni fa sono stato ad una conferenza di Eugene
D’Aquili, uno psichiatra dell’Università di Pensylvania famoso per i suoi
studi di neuroantropologia. Mi aveva richiamato il titolo della
conversazione, assai suggestivo: “Il complesso mitico-rituale: un modello
di interazione tra cervello e cultura”. Da quanto ho capito, sarebbe stata
individuata una struttura cognitiva, situata in un’area ben delimitata del
cervello umano, che provvede ad ordinare il mondo elaborandone spiegazioni
mitiche.
Cogliere l’attimo fuggente, vivere alla giornata, a ogni giorno basta il
suo affanno, la cicala e la formica, chi vuol viver lieto sia del doman
non v’è certezza, e ora: quando mangio mangio, quando dormo dormo. Chissà
se è mai esistito qualcuno che abbia imparato a vivere soltanto nel
presente, a concentrarsi senza sforzo nell’azione che compie senza
vagabondare con la mente nello spazio e nel tempo. La questione è se
costui sarebbe davvero un uomo più felice o più “realizzato” degli altri.
Se attribuiamo al vagabondaggio mentale involontario un valore negativo e
al livello di coscienza un valore positivo, è probabile che lo sia.
L’ideale sarebbe addestrarsi a riflettere sul passato e organizzare
creativamente il proprio futuro con il maggior distacco possibile,
pensando ogni cosa a suo tempo e impedendo all’ansia di rovinarci il
presente con pensieri involontari. Una volta pensavo che passione e
impegno fossero più o meno la stessa cosa. Oggi ne dubito. Impegnarsi vuol
dire concentrarsi nell’azione o preoccuparsi del risultato?
La preoccupazione genera ansia, e l’ansia è nemica della concentrazione,
impedisce il controllo dell’azione, la quale così risulta meno efficace.
La preoccupazione nasce dall’interesse per il risultato, ma prima ancora
dalla percezione di un pericolo oscuro, di una qualche punizione collegata
a quel risultato. E la punizione maggiore è perdere la stima di se stessi.
Anche l’emarginazione si può sopportare finché non mette in crisi il
giudizio che si da di se stessi. Sono ansioso perché ho paura di rivelare
a me stesso la mia incapacità. E’ un sentimento instillato dalla
sociocultura per garantirsi la mia partecipazione, il mio lavoro. E’
proprio indispensabile per indurmi ad agire? E’ utile durante l’azione?
Secondo la mia esperienza, essa ha piuttosto un effetto inibitorio. Per la
paura di sbagliare, rinuncio ad agire. Dunque, la preoccupazione è nemica
dell’impegno, oltre che della concentrazione. Come fare per non
preoccuparmi? Dovrei smettere di giudicarmi severamente dai risultati
delle mie azioni; cercare il piacere nell’azione in se stessa, non nel
giudizio sul risultato di essa; vivere l’azione come soggetto, non
identificarmi con l’oggetto dell’azione. Insomma, dovrei accettare di fare
cose sbagliate, imperfette; accettare di non essere bravo, di non essere
più bravo degli altri. Me lo permetti, babbo? Me lo permette, professore?
Me lo permette, padre? Me lo permetti, Dio?

