Dialogo con Pietro

PIETRO
Ognuno di noi e’ tutto cio’ che e’ e tutto cio’ che e’ stato, dove tutto
significa le determinanti biologiche, familiari (miti, abitudini, storia
familiare transgenerazionale, ecc. ), sociali, storiche, culturali, ma
anche le relazioni intrapese con le altre persone e il mondo, relazioni a
loro volta determinate dalle determinanti delle persone coinvolte nella
relazione stessa, dalla societa’, dalla cultura, dal momento storico…
insomma un casino di determinanti, ma cio’ che conta e’, come dice Pino,
che ognuno di noi e’ tutti questi processi, tutte queste parti, anche in
contraddizione tra loro.
FERNANDO
Pare anche a me.
PIETRO
Tuttavia, il fatto che ogni uomo sia determinato dalla sua storia, non
significa che sia PRE-determinato dalla sua storia. Nel senso che tutte
quelle determinanti pongono dei vincoli alle sue possibilita’ (piu’ o meno
consapevoli) di scegliere. Ma i vincoli, oltre a stabilire cio’ che non
puo’ essere, determinano anche cio che’ puo’ essere, e cio’ che puo’
essere, in un mondo complesso come il nostro, non sara’ mai un solo
comportamento.
Tra i vincoli, cioe’, si aprono degli spazi di possibilita’, all’interno
dei quali noi possiamo scegliere come agire. E la scelta, inevitabilmente,
porra’ nuovi vincoli e aprira’ nuove possibilita’, e cosi’ via.
FERNANDO
Perche’ io possa capire meglio quello che intendi, vorrei farti qualche
domanda (chiedendo scusa per la grossolanità del linguaggio):
Sei d’accordo che prima di adottare un comportamento o di compiere
qualsiasi azione avvengono nella mente uno o piu’ conflitti – che solo in
parte emergono alla coscienza – tra pulsioni diverse?
PIETRO
Non mi piace il termine “pulsioni”, ma se intendiamo quelle “cose” che
avvengono nella mente (“cose” da definire in un secondo tempo), sì, sono
d’accordo.
FERNANDO
Pensi anche tu che queste pulsioni derivino, e traggano la loro forza
dalla memoria del piacere o del disagio, del successo o dell’insuccesso
ottenuti in esperienze identiche o analoghe o comunque richiamate per
associazione di idee con l’azione da compiere?
PIETRO
Queste “cose” si sono costituite o, meglio, costruite durante la vita di
una persona, sono esse stesse la memoria di quanto quella persona ha
vissuto.
FERNANDO
…e in parte anche di quanto ha ereditato col patrimonio genetico…
PIETRO
Si, anche se penso che attualmente l’influenza dei fattori genetici sia
sopravvalutata. Non passa giorno che non si scopra il gene di qualcosa:
dell’obesita’, dell’intelligenza, tra poco anche della squadra del cuore.
Comunque, sono d’accordo sul fatto che successi e insuccessi, piaceri e
dispiaceri contano, in misura differente per ciascuno, sia nella
costruzione della memoria, sia nella costruzione delle aspettative che una
persona fa per anticipare le conseguenze delle sue azioni e quindi
scegliere come agire.
FERNANDO
Infatti. E lo spiega molto bene Antonio Damasio con la sua “ipotesi del
marcatore somatico” (“L’errore di Cartesio”, ed.Adelphi).
Ora dimmi: queste pulsioni e i conflitti tra esse – complessi e complicati
quanto vuoi – coprono anche gli “spazi di possibilita’” di cui parli,
all’interno dei quali avviene la scelta o no? Sono parte integrante
dell’esercizio della volonta’ o no?

PIETRO
Io credo che queste “cose” e i conflitti fra queste “cose” determinano i
vincoli e le possibilita’. In questo senso, si, sono parte integrante
dell’esercizio della volonta’.
FERNANDO
E ora dimmi: da che cosa dipende l’esito di questi conflitti e quindi in
definitiva la scelta? Sempre dalla memoria e dalle conseguenti aspettative
di piacere o di disagio ( o di piacere con disagio, o di disagio con
promessa di piacere) oppure da qualcos’altro? e da che cosa?
PIETRO
Come in una mano di poker, abbiamo delle carte e dobbiamo giocarle, e cio’
che succedera’ dipendera’ non solo dalle nostre carte, ma anche dal gioco
degli altri giocatori, dalla disposizione delle carte nel mazzo, da altre
contingenze e dalle nostre scelte.
FERNANDO
Gia’, ma come avviene la scelta della carta da giocare? Secondo me puo’
avvenire per caso oppure sulla base di una valutazione che corrisponde
all’esito dei conflitti di cui sopra e nasce dalla memoria di precedenti
esperienze (analoghe o associate). E secondo te?
PIETRO
Sulla base di tutte le valutazioni che una persona fa e per “caso”.
Insieme. Nel senso che e’ impossibile non fare valutazioni ed e’
impossibile fare valutazioni esaustive. Prima di scegliere, non sappiamo
che cosa, come e perche’ scegliere una delle alternative possibili. Alla
fine una scelta deve essere fatta e viene fatta. E dopo che e’ stata fatta
la scelta possiamo discutere del come e’ stata fatta, del perche’, di
quali conseguenze ha avuto, della discrepanza tra queste e quelle attese e
di tutto quello che vogliamo; ma dopo, a posteriori.
Se riavvolgiamo il film della vita di Tizio e lo facciamo ripartire non e’
detto che Tizio scelga di nuovo A, questa volta potrebbe scegliere B o C o
Z; e potrebbe addurre gli stessi o opposti motivi per spiegare la propria
scelta, ma dopo. Prima della scelta, c’e’ Tizio che ha delle alternative e
delle idee su quelle alternative, c’e’ Tizio con le sue esperienze passate
e i suoi ricordi su come ha vissuto quelle esperienze, c’e’ Tizio con la
sua personalita’ e il suo umore del momento, con la sua digestione pesante
e la lite col capoufficio per quel banale disguido. Poi Tizio sceglie.
Ma quanto ha influito la lite col capoufficio? E quanto il fatto che per
una volta Tizio ha mangiato leggero e non ha avuto i soliti disturbi alla
digestione? Se Tizio ha scelto A (l’alternativa piu’ “brutta”) possiamo
dire che ha scelto cosi’ perche’ la lite l’aveva messo di cattivo umore;
viceversa se sceglie B (l’alternativa “migliore”) diremo che era di buon
umore per la digestione tranquilla. Ma – ripeto – lo possiamo dire (noi)
dopo che Tizio ha scelto. Prima, pur avendo la misura esatta (se fosse
possibile) di tutte le valutazioni di Tizio, della sua personalita’, del
suo umore…prima non avremmo potuto prevedere alcunche’.
Il punto e’, secondo me, che la nozione di causalita’ (in questo caso,
Tizio sceglie A perche’ e’ dell’umore X) e’ una nostra invenzione, un
nostro modo di dare senso alle cose (Wittgenstein diceva che la causalita’
e’ una superstizione), e’ una di “quelle” cose di cui parlavo prima, che
avviene nella nostra mente e determina il nostro modo di pensare e di
agire; ma queste “cose” non sono state messe nella nostra testa da
qualcuno, queste “cose” le abbiamo costruite noi e le ricostruiamo ogni
volta e, soprattutto se sappiamo di poterlo fare, possiamo cambiare il
modo di costruirle e ricostruirle.
FERNANDO
Ho l’impressione – ma ti prego di correggermi se sbaglio – che tu creda
alla possibilita’ di spiegare tutto in termini razionali, come se quanto
avviene nella nostra mente fosse sempre registrato dalla coscienza, cosa
che avviene invece solo in minima parte.
PIETRO
Oddio, spiegare tutto in termini razionali no, pero’ penso che tutto possa
essere quantomeno descritto – trovando il punto di vista ed il linguaggio
adatto – e compreso, o che si possa provare…
FERNANDO
Ma il piatto che si offre alla nostra coscienza e’ un piatto gia’
cucinato. E’ un po’ come pretendere al ristorante di riconoscere
ingredienti, dosaggi e tempi di cottura solo gustando la raffinatissima
creazione di un cuoco della “nouvelle cuisine.
PIETRO
Lasciamo perdere le metafore. In ogni situazione abbiamo sempre vincoli e
possibilita’: sta a noi sapere riconoscere gli uni e le altre, sta noi
cercare di acquisire la consapevolezza che siamo noi a scegliere. Sta a
noi, infine, scegliere. E sta a noi assumerci la responsabilita’ delle
nostre scelte. Etica e libero arbitrio vanno a braccetto, non credi?
FERNANDO
Se intendi riferirti alle possibilita’ oggettive, che possono essere
ampliate o ridotte ( e in questo consiste propriamente la liberta’), sono
d’accordo. Ma dato quel ventaglio di possibilita’ oggettive, la scelta
soggettiva del singolo individuo si indirizzera’ verso una e una soltanto
di quelle possibilita’. Dire che sta a noi scegliere e’ giusto ma non dice
niente a proposito del libero arbitrio se non si spiega anche “come”
avviene la scelta. Anche dire che dobbiamo assumerci la responsabilita’
delle nostre scelte e’ giusto, perche’ la responsabilita’ e’ una
fondamentale esigenza sociale e come tutta l’etica ha un ruolo importante
nel gioco delle pulsioni. Se per far funzionare meglio etica e senso di
responsabilita’ dobbiamo dire e dirci che il libero arbitrio esiste,
diciamolo pure (ma non e’ vero).
PIETRO
Penso possa essere utile distinguere due diversi tipi di situazioni, o
meglio due diversi tipi di questioni, di domande di fronte alle quali una
persona puo’ trovarsi a dover scegliere come agire.
Esistono infatti domande decidibili e domande indecidibili. La domanda
“Quanto fa 2+2?” appartiene certamente alla prima categoria. Queste
domande sono poste all’interno di una cornice di lavoro ben definita,
applicando le cui regole si e’ sicuri di arrivare alla risposta corretta,
seppure, a volte, dopo un certo tempo.
Altre domande sono invece per principio indecidibili, per esempio “Qual’e’
l’origine dell’universo?”, oppure “Chi siamo? Da dove veniamo? Come faremo
a pagare il muto della casa?” Il punto e’ che le questioni decidibili sono
in realta’ gia’ decise dalla cornice di lavoro e dalle regole; le
questioni indecidibili no. Come dice Heinz Von Foerster, le uniche
questioni che possiamo realmente decidere sono quelle per principio
indecidibili.
A questo punto viene la domanda sul libero arbitrio: ma quanto siamo
liberi di decidere le questioni indecidibili?
Per rispondere a questa domanda penso che possa essere utile cercare di
capire come funziona la mente umana.
FERNANDO
Questa si’ che e’ musica per le mie orecchie :-)
PIETRO
La psicologia e le scienze cognitive piu’ recenti, abbandonata la metafora
del computer, sostengono che la mente costruisce il mondo (o la conoscenza
del mondo) nel quale vive e nello stesso momento costruisce se stessa
costruendo gli schemi con i quali costruisce il mondo.
Quindi: una persona utilizza i suoi schemi per costruire le sue
aspettative in una data situazione e quindi per decidere come
comportarsi…..
FERNANDO
Se intendi che utilizza i suoi schemi coscientemente, non sono d’accordo.
PIETRO
No, no. E il problema e’ proprio questo, nella nostra cultura non abbiamo
la minima idea di come funziona la nostra mente, anzi spesso abbiamo idee
totalmente sbagliate.
FERNANDO
Ma se “nella nostra cultura non abbiamo la minima idea di come funziona la
nostra mente”, come puoi credere anche che ” tutto possa essere quantomeno
descritto e compreso ” come hai detto piu’ sopra? Dovresti dire, quanto
meno, che tutto puo’ essere compreso tranne il modo in cui funziona la
nostra mente, e ti pare eccezione da poco?
Io credo, al contrario, che da Freud alle piu’ recenti scoperte dei
neuroscienziati, qualche idea su come funziona la nostra mente sia stata
trovata e che si possa tenerne conto almeno quel tanto che basta per
sapere che non tutto puo’ essere descritto, compreso o provato. Ecco un
primo punto, decisivo, del nostro dissenso.
PIETRO
Detta cosi’ sembra una grande contraddizione. Ma probabilmente mi sono
espresso male ed e’ nato un equivoco.
Io dico:
1) la conoscenza e’ conoscibile. Da Freud ai neuroscienziati, come dici
tu, si e’ fatto davvero molto.
2) la maggior parte delle teorie sulla mente e sull’uomo, quelle entrate a
far parte del senso comune, ultimamente si sono rivelate inadeguate; mi
riferisco principalmente a quelle teorie che si rifanno alla metafora
mente-computer, ma anche a quelle riduzioniste per cui tutto dipende dai
neurostrasmettitori o addirittura dai geni.
Qui dovremmo metterci d’accordo. Io sostengo che non si possa arrivare ad
una conoscenza completa, assoluta, vera del funzionamento della mente.
Perche’ e’ epistemologicamente impossibile: nel momento in cui affermo che
la mente produce il mondo e la conoscenza, affermo anche che non esiste un
mondo esterno o una conoscenza che, progressivamente, in maniera
cumulativa possa essere scoperta fino ad arrivare alla conoscenza totale,
al punto di vista di Dio. Soprattutto per quanto riguarda fenomeni come la
mente, la coscienza, la vita, l’origine dell’universo, fenomeni ai quali
stiamo dentro.
Ma questo non significa che la mente sia una black box, una scatola nera
all’interno della quale non sia possibile entrare, anzi.
Spiegami cosa intendi quando dici che non tutto puo’ essere spiegato. Vuoi
dire che e’ impossibile una conoscenza esaustiva del funzionamento della
mente? Su questo siamo d’accordo.
FERNANDO
E’ impossibile soprattutto una conoscenza esaustiva del funzionamento
della propria mente.
PIETRO
Dicevo dunque che una persona utilizza i suoi schemi per costruire le sue
aspettative in una data situazione e quindi per decidere come comportarsi,
ma non potra’ mai riuscire ad avere una descrizione esaustiva della
situazione, di tutti i suoi possibili comportamenti, di tutte le
conseguenze di ognuno di questi comportamenti, delle intenzioni di tutte
le altre persone che si trovano in quella stessa situazione, eccetera
eccetera (e’ quello che fa Deep Blue, il computer scacchista); ci sara’
quindi un margine di indecidibilita’ che verra’ deciso dalle contingenze
del momento, dal caso, ma soprattutto dall’individuo.
FERNANDO
Ma non e’ affatto questa la questione piu’ importante. Non e’
sull’ignoranza, ovvia e inevitabile, delle circostanze che giudico della
consistenza del libero arbitrio.
PIETRO
Già. A questo punto Fernando dice: ma sulla base di che cosa decide
l’individuo? (giusto?). Ovviamente di altri suoi schemi, dei quali puo’
avere maggiore o minore o nessuna consapevolezza.
FERNANDO
Ora ci siamo.
PIETRO
Io però voglio notare due cose:
la prima è che qualsiasi essa sia, l’azione scelta produce comunque
qualcosa di nuovo, qualcosa che non era presente prima e che non e’
riducibile al prima o spiegabile tramite esso…..
FERNANDO
Forse. Le idee nuove sono in realta’ nuove associazioni di vecchie
idee…e considerato il modo di pensare conformistico e abitudinario della
maggior parte degli esseri umani, direi che anche le nuove associazioni di
idee sono proprio una rarita’…..ma andiamo avanti….
PIETRO
Questa tua ultima affermazione e’ un po’ pessimistica, ma, ahime’, non
posso non essere d’accordo con te. Comunque questo qualcosa di nuovo che
non era presente prima e che non e’ riducibile al prima o spiegabile
tramite esso, questa irriducibilita’ mi sembra allo stesso tempo la
condizione necessaria del libero arbitrio e la possibilita’ del libero
arbitrio.
FERNANDO
Dunque, vediamo se ho capito: intendi dire che si ha possibilita’ di
libero arbitrio ogni volta che l’azione scelta produce qualcosa di nuovo?
PIETRO
Non automaticamente. Intendo solo dire che una data situazione non
“contiene” i suoi sviluppi, come invece accade nelle questioni decidibili
di cui parlavamo prima, per cui l’espressione 2+2=? e le regole della
matematica implicano necessariamente la risposta 4.
Voglio richiamare, qui, un esperimento di F. Varela nel quale un
semplicissimo sistema circolare in accoppiamento con un brodo di 0 e 1
riusciva a produrre un significato nuovo (nel caso specifico il sistema
discriminava tra sottosequenze pari e dispari di collisioni tra il sistema
stesso e gli 1). E’ un esperimento che penso possa essere un ottimo
esempio per spiegare quanto ho cercato di dire su questo punto.
FERNANDO
Insomma, io misuro il libero arbitrio considerando la produzione, tu
invece considerando il prodotto. E’ cosi’?
PIETRO
No, anch’io do importanza alla produzione, anzi, l’esempio del sistema di
Varela mi serviva per dimostrare come poteva prodursi un qualcosa di nuovo
che non esisteva ne’ nel sistema e ne’ nel brodo casuale di 0 e 1, e tale
prodotto veniva costruito dal processo di accoppiamento (produzione) tra
il sistema e l’ambiente.
FERNANDO
Ma certo che l’interazione tra il sistema nervoso e l’ambiente puo’
produrre qualcosa di nuovo. Sarebbe questo per te il libero arbitrio?
PIETRO
No, ma mi sembra una condizione essenziale.
Io non sono libero di scegliere quanto fa 2+2. Un computer programmato per
eseguire un certo compito non e’ libero di eseguirlo come e se vuole. In
questi casi delle regole e delle istruzioni esterne determinano il
comportamento dello studente di matematica e del computer. C’e’ necessita’
e non possibilita’.
Dicevo dunque che la prima notazione è che l’azione scelta produce
qualcosa di nuovo. La seconda notazione è che il processo di costruzione
di questo qualcosa di nuovo e’ conoscibile……
FERNANDO
Da chi? Quando? Come? Perche’?
PIETRO
Intendo dire che e’ possibile conoscere la conoscenza, che cioe’ noi
possiamo conoscere come conosciamo il mondo e quindi come agiamo nel
mondo.
FERNANDO
Vuoi dire che ciascuno di noi è in grado di conoscere come conosce il
mondo e quindi come agisce nel mondo? Magari!!!!

PIETRO
Perche’ non potremmo? Guarda che lo facciamo molto piu’ spesso di quanto
tu pensi !
FERNANDO
Ma non avevi detto prima che non si ha idea di come funziona la mente?
PIETRO
E’ possibile conoscere la conoscenza a diversi livelli: ad esempio, non
hai mai fatto il giochino per vedere il punto cieco dell’occhio? Cioe’ per
vedere di non vedere? E se e’ possibile vedere di non vedere, cioe’ vedere
la vista, perche’ non deve essere possibile conoscere la conoscenza?
Pensa all’epistemologia di qualsiasi disciplina: non e’ conoscenza di come
si forma la conoscenza in quella disciplina?
Nella psicoterapia la possibilita’ di conoscere la propria conoscenza,
cioe’ il modo in cui si da senso alle cose e’ il presupposto
indispensabile per la cura.
Capire ad esempio che la propria anoressia (scusa l’enorme
semplificazione) e’ un rifiuto della madre (colei che da’ il cibo) dovuto
al fatto che la ragazza si e’ schierata col padre nella “guerra” tra
questo e la moglie, capire che la propria patologia e’ dovuta al gioco di
relazioni tra tutti i componenti familiari, conoscere quelle relazioni e
decidere di provare a cambiarle…
Non credi che in tutti questi casi questa conoscenza ci dia margini di
scelta, di cambiamento possibile che prima non avevamo? Io per libero
arbitrio intendo questa possibilita’, anche piccola piccola.
FERNANDO
Mi pare che anche tu confonda il libero arbitrio con l’ampliamento delle
possibilita’. Che la conoscenza ci dia margini di cambiamento possibile e’
un conto, che ci dia anche margini di scelta e’ tutt’altra cosa.
PIETRO
Allora… possibilita’ e scelta….vediamo… faccio un esempio, spero che
mi riesca bene: per tanto tempo abbiamo avuto una visione deterministica
dell’evoluzione, nel senso che abbiamo pensato che vi fossero delle regole
- incremento della varieta’ e della complessita’ (della superiorita’)
degli organismi, sopravvivenza del piu’ forte e del piu’ adatto – che la
guidassero facendola giungere fino all’uomo, considerato una specie di
compimento dell’evoluzione (siamo sempre stati un tantino antropocentrici,
nevvero?).
Oggi, invece molti ricercatori, vedi Gould ed Eldredge, propongono una
visione diversa, che mette in luce gli aspetti causali, il ruolo delle
contingenze, e parla di una evoluzione bricoleur. Per esempio, il
“successo” evolutivo dell’uomo e’ dovuto al fatto che ad uno dei frequenti
cataclismi che hanno decimato gli organismi un pesciolino insignificante
di nome Pikaia si e’ salvato, mentre anche i suoi diretti concorrenti e
molte altre specie no. Il punto e’ che prima di quel cataclisma (esterno)
la sopravvivenza di Pikaia e dei suoi discendenti era imprevedibile,
soltanto una serie di contingenze e di fortuita’ hanno fatto si’ che cio’
succedesse. Lo stesso capito’ ai mammiferi quando si estinsero i
dinosauri, ecc.
Se riavvolgessimo il film della vita e lo facessimo andare avanti, i
risultati sarebbero ogni volta diversi. Non c’e’ quindi necessita’, ma
possibilita’, nel senso di cui parlavo sopra.
Ovviamente, nell’evoluzione non c’e’ libero arbitrio. La realizzazione di
quale delle possibilite’ e’ assegnata al caso ed alle contingenze della
situazione.
Nella vita dell’uomo le cose funzionano pressapoco cosi’, nel senso che
non sono determinate a priori. In piu’ io credo che sia anche possibile
scegliere (libero arbitrio).
Tu dici che possibilita’ non significa automaticamente scelta. Sono
d’accordo. Io infatti dico che scegliere diventa possibile non quando ci
sono le possibilita’, ma quando si conoscono le possibilita’, quando si sa
di avere piu’ possibilita’. E’ un secondo ordine, che nell’evoluzione non
e’ possibile, ma nell’uomo si.
FERNANDO
Ho gia’ detto che non è necessario essere deterministi per dubitare
dell’esistenza del libero arbitrio. Anche il caso va benissimo. Ma, allo
stato attuale delle conoscenze, non c’e’ niente che possa dimostrare che
quella che chiamiamo la nostra volonta’ sfugga al destino di tutto
l’universo fisico, che e’ quello di dipendere dalla necessita’ o dal caso.
Ma ecco che, poiche’ questo destino ci risulta insopportabile, protetti
dall’ignoranza dei nostri processi mentali, abbiamo concepito l’idea di
una terza alternativa: il libero arbitrio! Questo concetto, che ha dato
indubbiamente all’uomo vantaggi evolutivi, e’ divenuto ormai parte
essenziale della nostra psicologia e in ogni circostanza concreta della
nostra vita ne’ tu, ne’ io ne’ altri possiamo rinunciarvi.
E giudicando dalla mia esperienza (di piu’ non posso fare) non credo
neppure che possiamo rinunciare – servendoci della negazione del libero
arbitrio – al nostro senso di responsabilita’, se lo abbiamo.
PIETRO
Potrei fare lo stesso discorso, ma dal punto di vista opposto: poiche’ ci
appare terrificante e insopportabile essere gli unici artefici (ovviamente
con tutti i limiti di cui ho parlato sopra) del nostro destino e della
nostra vita, abbiamo inventato e costruito mondi nei quali la
responsabilita’ e’ sempre di qualcun altro, degli dei o di Dio, del caso o
delle leggi della fisica, dei neurotrasmettori o della societa’, del
superiore o del colonnello, di chiunque, insomma, purche’ non nostra.
Sinceramente, credo sia questo l’orientamento dominante della nostra
societa’-cultura. Certo, spostare il problema all’indietro e’ possibile,
ma quanto e’ utile o dimostrabile postulare sempre un livello precedente
che determina quello seguente? Insomma: io non posso che vedere con i miei
occhi, non posso parlare se non col mio linguaggio, non posso pensare se
non con i pensieri, i miti, le immagini, gli archetipi della mia cultura.
Ma ogni volta che vedo, parlo, penso io creo qualcosa e se ci provo posso
far si che questo qualcosa sia un po’ diverso da come avrebbe potuto
essere.
Io non ho una preparazione filosofica e non conosco i termini della
discussione filosofica intorno al libero arbitrio. Proprio per questo,
forse, e’ un concetto che mi mette a disagio. Comunque, quando mi ritengo
capace (io) di libero arbitrio, mi riferisco a questa capacita’ o
possibilita’ o a questo tentativo di capire come agisco e di cambiarmi,
sempre di piu’, sempre piu’ a fondo, anche sapendo che e’ impossibile una
conoscenza assoluta (ab-soluta).
FERNANDO
Convengo con te che una presa di coscienza effettiva di come si forma la
nostra volonta’ (beato te, se ci riesci! I neuroscienziati sono appena in
grado di balbettare qualcosa) e’ la condizione necessaria perche’ si possa
ipotizzare il libero arbitrio. Necessaria, ma non sufficiente, perche’ il
“marcatore somatico” funziona comunque, che lo sappiamo o no. Il tuo
tentativo di cambiarti non dipende soltanto dalle tue conoscenze….
PIETRO
Per quanto riguarda le scienza della cognizione, le neuroscienze, la
psicologia. certo siamo ben lontani da avere spiegazioni o descrizioni
esaurienti di ogni processo, ma e’ anche vero che conosciamo questi
fenomeni in modo molto diverso rispetto a quanto accadeva anni fa.
Vedremo. Riconosco anche la soggettivita’ del mio punto di vista. Ad
esempio tu dicevi: “se per far funzionare meglio etica e senso di
responsabilita’ dobbiamo dire e dirci che il libero arbitrio esiste,
diciamolo pure (ma non e’ vero)”.
Io invece penso che ritenere che non esista il libero arbitrio sia un modo
che ci consente di non assumerci quelle responsabilita’ e trovi la sua
giustificazione proprio in questo.

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