Del bene e del male
(il testo che segue riproduce in forma di dialoghi, rispettandone il
contenuto nella sostanza, alcuni scambi di messaggi internet sul tema ”
Bene e Male valori assoluti?” apparsi nel 1997 sulla rubrica
it.cultura.filosofia).
FILIPPO
Che cos’è il bene in se stesso? Esiste una regola, una massima, un modello
che lo definisca universalmente o il bene e il male sono solo una cosa
relativa?
PAGANO
Secondo me, bene è ciò che ti fa star meglio, male ciò che ti fa star
peggio.
Naturalmente, lo “star meglio” si riferisce a tutti gli aspetti che
caratterizzano un uomo, quindi io non guardo solo agli aspetti materiali,
ma mi riferisco anche, e in certi casi soprattutto, alle sensazioni e ai
sentimenti.
FERNANDO
Sì, ma…attenzione. L’uomo é un animale sociale. Che lo voglia o no, non
può essere indifferente ai valori e ai disvalori elaborati dalla società
di cui fa parte, valori e disvalori succhiati insieme al latte materno e
interiorizzati soprattutto nei primi anni di vita. La visione soggettiva
delle cose é in realtà soggettiva soltanto in minima parte. Certo, se è
intelligente e maturo, l’individuo potrà rendersi relativamente autonomo,
cavandosela con qualche senso di colpa, ma é fuori discussione che star
peggio o star meglio non dipendono solo da lui. La società, prima ancora
che l’individuo, elabora il suo concetto (provvisorio e mai assoluto) di
bene e di male, ed é probabilmente bene che sia così perché non vada
disperso il patrimonio evolutivo della specie.
é normale che nascano conflitti tra le gerarchie di valori dei singoli e
quelle delle società e che questi conflitti sfocino, prima o poi, in nuove
gerarchie di valori. Bene e male in assoluto non esistono. variano a
seconda del tempo e dello spazio, dei bisogni e delle convinzioni dei
gruppi umani (francamente mi pare di dire delle banalità).
ANDREA
Si potrebbe pensare, invece, che a variare siano le definizioni che esseri
limitati e determinati come noi danno di un valore assoluto come il Bene.
O no?
FERNANDO
Ma certo che si potrebbe pensarlo, caro Andrea. Miliardi di uomini lo
hanno fatto e lo fanno. E a questo Bene con la b maiuscola, assoluto,
infinito e perciò indefinibile da esseri “limitati e determinati”, hanno
dato il nome di Dio. Ma questo é un atto di fede e la mia invece voleva
essere una spiegazione laica, in termini razionali, della varietà di
significati che bene e male hanno via via assunto nello spazio e nel
tempo.
La mia é una concezione evolutiva della morale. Analogamente a quanto
avviene per gli organismi animali, che evolvono attraverso mutamenti
casuali, premiati o bocciati dalla selezione ambientale, ciò che qui e ora
é ritenuto trasgressivo, e dunque male, può non esserlo più e addirittura
affermarsi come bene in un diverso contesto temporale o spaziale. Cosicché
un grande filosofo come Montaigne, dopo aver incontrato un gruppo di
“cannibali” portato in Occidente dagli scopritori delle “nuove Indie”,
poteva scrivere in un saggio rimasto famoso: “…Non c’è niente di barbaro
e selvaggio in quel popolo a quanto me ne hanno raccontato, se non che
ognuno chiama barbarie quello che non é nei nostri costumi; come veramente
sembra che noi non abbiamo altra pietra di paragone della verità e della
ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e delle usanze del paese in
cui siamo. Ivi si trova sempre la religione perfetta, il regime perfetto,
l’uso perfetto e rifinito di ogni cosa” (Essais, libro I, XXXI).
ANGELO
Non dobbiamo confondere gli usi e costumi di un popolo con la concezione
del Bene. Se un “selvaggio” mangia carne cruda, si infila ossa di animali
nel naso e pratica riti propiziatori per il raccolto, ciò non va bollato
come barbarie, ma neanche si deve scomodare una diversa concezione di
Bene per dei fenomeni di “costume”.
FERNANDO
Ti assicuro che Montaigne intendeva parlare di morale e non di etnologia.
Era l’epoca della caccia alle streghe e delle guerre di religione e la
morale di cattolici e protestanti, benedetta dal clero delle due parti,
era quella di trucidarsi a vicenda in nome di Dio. Ecco come proseguiva
Montaigne, nella sua difesa dei cannibali: “Penso che c’é più barbarie a
mangiare un uomo vivo che a mangiarlo morto, a lacerare con supplizi e
martirii un corpo ancora sensibile, farlo arrostire a poco a poco, farlo
azzannare e martoriare dai cani e dai porci (come abbiamo non solo letto,
ma veduto recentemente, non fra antichi nemici, ma fra vicini e
concittadini, e, quel che é peggio, sotto il pretesto della pietà
religiosa), che ad arrostirlo e mangiarlo dopo che é morto”.
Oggi tanti condividono questo discorso, ma i moralisti del tempo lo
giudicavano decisamente immorale. Tutti in mala fede?
ANGELO
Che il Bene possa essere un valore in evoluzione nel tempo mi sembra un
‘idea accettabile. Molto meno quella di una relatività soggettiva.
FERNANDO
Bene. Anche per me la morale non é un fatto individuale. Relativo sì,
però. Il relativismo morale ti da fastidio e non mi riesce difficile
comprendere il tuo punto di vista. Tuttavia, se intervieni in una rubrica
come questa, suppongo che tu sia disposto a confrontare sul piano logico
le tue convinzioni con quelle altrui e ad esprimerti in modo critico e non
semplicemente assertorio. In filosofia, niente può essere dato per
scontato e tutto può essere messo in discussione.
Per far questo, però, occorre un chiarimento preliminare perché, pur
avendo il massimo rispetto per la religione, ma non me la sento di
impegnarmi in un dibattito metafisico. Dobbiamo dirci, cioè, se siamo in
grado di spiegare le nostre convinzioni in fatto di morale senza fare
riferimento all’immortalità dell’anima e all’esistenza di Dio, a una
morale rivelata o al mondo delle idee. Kant non riuscì a farlo, e tu?
ANGELO
Kant, nella sua Etica, da una definizione universale (nel senso di valida
per tutti gli uomini) di Bene, senza per questo ricorrere a Dio, ma solo
utilizzando la forza della Ragione umana.
FERNANDO
Mi, spiace, ma non é esatto. Non amo le citazioni erudite, ma in questo
caso le ritengo necessarie. Nella “critica della ragion pratica”, Kant
indica il “sommo bene” nella totale conformità della volontà alla legge
morale, conformità che non può realizzarsi pienamente da parte di un
essere razionale sensibile, ma costituisce il termine ultimo di un
progresso che proceda all’infinito in direzione di tale conformità. Questo
progresso é possibile solo – scrive Kant – “in base al presupposto di
un’esistenza che prosegue all’infinito e della personalità del medesimo
essere razionale (alla quale si da il nome di immortalità dell’anima); di
conseguenza il sommo bene é possibile soltanto sul presupposto
dell’immortalità dell’anima. Tale immortalità dunque, in quanto
inseparabilmente legata alla legge morale, costituisce un postulato della
ragion pratica”.
Non solo. Poiché il sommo bene, la cui realizzazione costituisce il fine
della vita morale, comporta che la felicità sia proporzionalmente connessa
alla moralità e poiché tale rapporto non si realizza nel mondo sensibile,
Kant ritiene necessario postulare anche l’esistenza di Dio come garante
del rigoroso accordo fra moralità e felicità.
Questo per quanto riguarda Kant. Poiché tuttavia tu affermi la possibilità
di concepire bene e male come valori assoluti, dimmi in che cosa
consistono questi principi universali, validi per tutti i tempi e tutti i
luoghi.
ANGELO
Innanzitutto un principio guida semplicissimo per le nostre
azioni: “L’uomo deve sempre essere un fine, mai un mezzo”. Ecco qui con
un colpo solo eliminata la tortura, lo sfruttamento, la prostituzione, la
calunnia, ecc. …
FERNANDO
Già, chi non é d’accordo batta un colpo….La quantità di adesioni ad un
principio morale é direttamente proporzionale alla sua genericità. Appena
appena si comincia a scendere nel concreto, ecco che cominciano i
“distinguo”, i “sì, va bene,ma…”, oppure si gioca con le parole: quella
tortura non é tortura, quello sfruttamento non é sfruttamento ecc.
Ipocrisia, dirai. “Video meliora proboque, deteriora sequor”. Ma guarda
che non mi riferisco all’”umana debolezza” dei torturatori, degli
sfruttatori, delle prostitute, che pure sono tanti., ma ai milioni che
concretamente li assolvono o addirittura li applaudono, spesso in perfetta
buona fede.
Allora la prima domanda é questa: perché é così facile riconoscere il bene
e il male in astratto ed é così difficile riconoscerli nel giudizio
concreto?
ANGELO
Già, perché?
FERNANDO
Forse perché da quando esistono i principi morali esiste la loro
interpretazione. E quanto più astratti sono, tanto più elastica può
esserne l’applicazione al caso concreto.
“Negare la giusta paga agli operai” sarà anche un “peccato che grida
vendetta al cospetto di Dio” (catechismo cattolico), ma fa tanto bene
all’economia aziendale (catechismo liberista)….
ANGELO
Ma l’etica non può essere una variabile dipendente: per la produzione è
bene questo, per i miei fondi d’investimento è bene quest’altro, per la
salvaguardia dell’ambiente è bene quello, per il futuro di mio figlio è
bene quell’altro. Possiamo essere sicuri della bontà del nostro agire solo
se questo può essere elevato a “legge universale indipendentemente da
qualunque contesto di tempo e luogo”. Non si possono giustificare le
proprie cattive azioni in nome di un “fine ultimo” né consolarsi con il
fatto che chiunque al nostro posto avrebbe fatto la stessa cosa.
L’ufficiale che fa fucilare civili inermi, anche se su ordine del
Padreterno in persona, è un perfetto criminale. La sua azione
decontestualizzata è ‘male’, e ‘male’ resta in qualunque contesto
possibile. L’argomento poi che chiunque altro al suo posto avrebbe fatto
la stessa cosa, é solo conferma della nostra umana debolezza.
FERNANDO
Già, ma se invece fa fucilare militari inermi? Qui comincerebbero subito i
distinguo… E se si trattasse di criminali incalliti? Altri distinguo. E
chi stabilisce che far fucilare civili inermi é male, mentre far fucilare
militari o criminali inermi non sarà proprio bene ma é necessario? Ora che
hai escluso anche il Padreterno, la risposta mi sembra difficile
. E
con buona pace di Kant, anche su ciò che può essere “elevato a legge
universale” i pareri sono discordi. Quanti voti deve ottenere perché si
possa considerare un “valore assoluto”?
ANGELO
L’etica non può essere votata a maggioranza. Dobbiamo remare tutti insieme
nella stessa direzione: la sopravvivenza della nostra specie in condizioni
migliori delle attuali.
FERNANDO
E su questo, d’accordo. Ma vorrei, se permetti, procedere nel discorso che
avevamo appena avviato. Allora la domanda che ti avevo fatto é questa:
perché é così facile riconoscere il bene e il male in astratto ed é così
difficile riconoscerli nel giudizio concreto?
ANGELO
Ciò avviene quando si considera l’uomo come mezzo e non come un fine. Se
considero gli operai come un ‘mezzo di produzione allora (catechismo
liberista) cerco di comprimere il più possibile il loro salario per il
bene della Produzione. Ma se la mia coscienza (ammesso che gli
imprenditori ne siano dotati) mi fa considerare i suddetti operai prima di
ogni altra cosa uomini come me, non più dei mezzi, allora sarebbe
doveroso passare loro un salario che gli consenta un’esistenza dignitosa.
FERNANDO
La faccenda è assai più complessa. Semplificando molto, ognuno di noi ha
un istinto egoistico che lo spinge a guardare esclusivamente al proprio
interesse vitale (vero o presunto, poco importa), così come ha un super
Io che gli deriva dalla sua esperienza infantile. Ha anche una *ragione*
che lo spinge a conformarsi alla cultura egemone del suo ambiente e del
suo gruppo sociale o comunque ai valori trasmessi con l’apprendimento e
l’esperienza.
ANGELO
La ragione spinge l’individuo al conformismo per aumentare le sue
possibilità di sopravvivenza o, per lo meno, per migliorare la sua
condizione. é questo che intendi?
FERNANDO
Il termine “conformismo” ha un’accezione negativa a cui io non penso
affatto. é vero invece che la ragione é trasmessa con l’apprendimento e
che all’origine di ogni scelta umana c’é sempre l’intento di migliorare la
propria condizione o di non peggiorarla.
ANGELO
é chiaro il conflitto tra istinto egoista e ragione, ma il Super Io che
cos’è esattamente e come entra in gioco tra i due?
FERNANDO
Diciamo che é rappresentato dai comandi e dai divieti che abbiamo
assimilato durante l’infanzia e l’adolescenza. Comandi e divieti che
possono essere del tutto irrazionali dal nostro attuale punto di vista, ma
che hanno comunque “istruito” il nostro io bambino che non cessa mai di
esistere.
ANGELO
Come il “non mangiarti le unghie!”. Ora da adulto “razionale” sono
convinto che non ci sia nulla di male a mordicchiare (in privato) di tanto
in tanto le proprie unghie senza farsi male. Ma se lo faccio provo
ugualmente un sottile senso di colpa o vergogna. E comunque trasmetto il
comandamento di divieto ai miei figli.
(Sic! quanto ingenuamente ci sentiamo tutti delle belle anime libere!)
FERNANDO
Oddio, l’esempio é un po’ riduttivo
e non ci sono soltanto precetti
moralmente sbagliati. Per esempio, a un gangster di professione potrebbe
sembrare irrazionale risparmiare la vita al testimone di un delitto, ma il
suo super-Io potrebbe (in questo caso felicemente) impedirglielo.
Quando prevale l’istinto, quando il Super Io e quando la ragione? La
risposta é quasi impossibile perché la coscienza – che non può essere
negata a nessun uomo sano di mente, neppure agli imprenditori
-
ammetterà difficilmente la sconfitta della ragione e, per evitare
fastidiosi sensi di colpa, cercherà sempre un modo per *razionalizzare* il
comportamento egoista.
Così un imprenditore cattolico non dirà mai che l’operaio é solo un mezzo
di produzione, ci mancherebbe, dirà invece in assoluta buona fede che quel
salario é più che sufficiente ad assicurare un’esistenza dignitosa e che
in ogni caso, se non lo fosse, l’unica soluzione resta pur sempre quella
di garantire la produzione al minor costo possibile, così salvaguardando,
con il profitto dell’impresa, lo sviluppo dell’economia ecc.ecc. Molto
improbabile che la Chiesa, nonostante il rigore delle sue encicliche
sociali, ne condanni il comportamento nel caso concreto, ma non é questo
il punto. Il punto é che nessuna condanna potrebbe essere emessa se non in
nome di Dio, per chi ci crede, o in nome della ragione, che – con buona
pace dei giacobini francesi – non é una Dea ed é sempre relativa.
ANGELO
Ohi, ohi, ohi … che bel guazzabuglio.
Chi ce ne tira fuori?
FERNANDO
Nessuno, temo, se non rinunci a credere al “bene assoluto” , al “male
assoluto”.
ANGELO
Ma se il Bene assoluto è un’utopia (bella però?), trovo comunque assai
squallido il relativismo utilitarista che sembra predominare nella
discussione (e ovviamente nella società extra-internet).
FERNANDO
Anch’io, ma le ragioni possono essere due: o la coerenza con i valori da
me fortunatamente appresi con l’educazione e l’esperienza diretta risulta
per me più gratificante della loro negazione, oppure non sono
sufficientemente coinvolto in prima persona e, non essendo io
personalmente coinvolto, posso permettermi di pensare che nei loro panni
agirei diversamente.
Come insegna Montaigne, il filosofo che prediligo, ognuno segue sempre il
proprio piacere. La morale riguarda l’oggetto del piacere e non il piacere
in se stesso.
ANGELO
Vuoi dire che quando rinuncio a soddisfare un istinto egoistico lo faccio
solo perché maggiore è il piacere che ricavo dal considerarmi una persona
virtuosa. é così?
FERNANDO
Certo, o anche perché é maggiore il piacere che ricavo dall’approvazione
degli altri o del super-Io, o dalla promessa di una felicità avvenire o
del paradiso, oppure perché é più forte il timore del danno, anche
soltanto morale, che potrei ricavarne, o perché ho paura dell’inferno,
ecc.
ANGELO
L’altruismo ‘puro’ quindi non esiste? E chi dedica la propria vita agli
altri, come Madre Teresa? E chi sacrifica la propria vita per salvare vite
altrui? é solo un pazzo?
FERNANDO
Non credo che nessuno, neppure Madre Teresa, sacrifichi la propria vita
con l’intento di danneggiare se stessa e la propria immagine. Avendo
interiorizzato il modello di Cristo, un santo si gratifica con la coerenza
a questo modello. Non c’é santo che non si dica anche “felice” di
sacrificarsi. O mi sbaglio?
ANGELO
Mi pare che su questo tu abbia ragione. Partecipo a questa discussione più
per capire e imparare che per imporre le mie idee, che tra l’altro sono
ancora in cerca di un porto sicuro.
FERNANDO
Anch’io partecipo per capire, imparare e proporre le mie idee, che
tuttavia – sono certo – non troveranno mai un porto sicuro. Destino di
ogni uomo é quello di camminare come un acrobata sul filo delle sue
insicurezze. Fissare un punto vuoto all’orizzonte (metafora per la fede?)
aiuta di più che una lucida consapevolezza del filo. Per questo, la via
del filosofo é tanto più ardua di quella di chi si affida a una
rivelazione divina.

