…e la morte
« Il est incertain où la mort nous attende, attendons la partout. La
premeditation de la mort est premeditation de la libertè. Qui a apris à
mourir, il a desapris à servir. Le scavoir mourir nous afranchit de toute
subjection et contrainte. Il n’y a rien de mal en la vie pour celuy qui a
bien comprins que la privation de la vie n’est pas mal… ».(I,XX,pag. 85)
(“E’ incerto dove la morte ci attenda, aspettiamola dovunque. La
meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a
morire ha disimparato di servire. Il saper morire ci libera da ogni
soggezione e da ogni legame. Non c’è niente di male nella vita per colui
che ha capito che la privazione della vita non è male…” I,XX, pag.104).
Aspettare la morte: che cosa vuol dire? Si può credere di pensare alla
morte e invece non pensarla affatto. Mia nonna, a quanto ricordo, diceva
sempre di aspettare che il “suo” buon Gesù la chiamasse accanto a se in
Paradiso. Ma non pensava realmente alla morte, pensava a una vita diversa,
più felice di quella che aveva vissuto. L’attesa dell’aldilà, anche
ammesso che fosse sincera, e noi tutti ne dubitavamo, era anche per lei un
modo per fuggire la paura del buio, il necessario confronto con la propria
mortalità.
Per aspettare davvero la morte bisognerebbe anzitutto rinunciare alla
propria immortalità, dell’anima o del corpo non fa differenza perché non
credo che vi sia qualcuno capace di immaginare per se un’esistenza priva
dei cinque sensi corporei.
Anche la fede cristiana parla di resurrezione della carne. L’anima è solo
un concetto astratto ereditato dalla filosofia di Platone. Pare che
neppure gli ebrei aspettassero l’aldilà finché non subirono l’influenza
del platonismo. Dicevano: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Sia
benedetto il nome del Signore”.
Nelle parole di Montaigne riecheggiano quelle di Epicuro: “Il vero saggio,
come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più” (Lettera a
Menneo sulla felicità). Già, Epicuro, morto come lo stesso Montaigne per
la “malattia della pietra” e chissà che la circostanza non abbia
contribuito in parte all’identificazione col maestro ateniese…
Quella è ancora oggi la “vera saggezza”. Tuttavia, dopo la lezione di
Darwin e Freud, non è meno saggio accettare in se stessi la paura della
morte. Giacché di fatto, per quel tanto che coincide con l’istinto di
conservazione, essa si annida e continuerà ad annidarsi nel nostro
“cervello animale”. Non v’è saggio ragionamento che possa calmare lo
sguardo atterrito di un animale in fuga, ciò che è stato ed è un bene per
la sopravvivenza della sua specie come della nostra, poiché troppe sono le
circostanze in cui la vita diviene insopportabile secondo la ragione e la
voglia di vivere deve affidarsi soltanto all’istinto. In tempi di guerre,
di epidemie, di fame e calamità d’altro genere la paura della morte
consente agli uomini di reagire, di resistere e andare oltre, stimolando
l’energia necessaria al progresso. Anziché tentare inutilmente e
inopportunamente di reprimere l’attaccamento alla vita, io provo a
combattere in me l’attaccamento eccessivo alle cose e al mio modo di
vivere.
Pensare alla morte vuol dire in definitiva pensare al distacco reale e
definitivo, alla fine di ogni esperienza sensibile e intellettuale, al
cessare di ogni continuità di coscienza, all’annullamento dell’ “io”.
Forse è una cosa possibile, forse no.
Non credo che il distacco si impari con la meditazione della propria
morte, ma piuttosto meditando sulla caducità (mortalità) di tutte le cose
e sulla caducità (mortalità) del piacere che le cose procurano. Da giovani
è difficile, perché i giovani non accettano facilmente che le cose sono e
non sono. Per i giovani sono o non sono.
Ho imparato con gli anni che la morte è, piuttosto che negazione,
dimensione dell’esistenza. Se non fosse per l’illusione di continuità che
ci viene dalla memoria, capiremmo che siamo un breve incontro di
particelle che hanno avuto milioni di appuntamenti prima e milioni ne
avranno dopo la nostra esistenza. E poiché non si pensa se non per
immagini, ripenso lo stupore che avevo da ragazzo guardando dentro un
caleidoscopio. Ogni piccola scossa dava vita a una nuova armonia in quel
piccolo universo di vetro. Ad ogni scossa il disegno moriva, per risorgere
subito dopo in forma diversa. Una successione di forme ordinate e
armoniose, ognuna assolutamente figlia del caso. Infatti se avessi voluto
riprodurre qualcuno di quei disegni, non vi sarei riuscito se non,
appunto, per caso, continuando a scuotere all’infinito. Così è almeno in
parte del nostro corpo, della nostra mente, della nostra vita, della
nostra storia individuale e collettiva.

