L’utilità del vivere

« L’utilitè du vivre n’est pas en l’espace, elle est en l’usage: tel a
vescu long temps, qui a peu vescu; attendez vous y pendant que vous y
estes. Il gist en votre volontè, non au nombre des ans, que vous ayez
assez vescu » (I,XX, p.93).

(“L’utilità del vivere non è nella durata, è nell’uso che se ne fa:
qualcuno ha vissuto a lungo ed ha vissuto poco: badateci finché ci siete.
Sta nella vostra volontà, non nel numero degli anni, di aver vissuto
abbastanza” I, XX, p. 112).

Una frase che ricordo di aver udito fin da piccolo: “I L. vivono a lungo,
i C. purtroppo no, ma tu hai preso dai L.”. I L. erano la famiglia di mia
madre, e il fatto che alcuni di loro avessero agevolmente oltrepassato gli
ottanta e i novant’anni deve aver creato questa leggenda di prodigiosa
longevità. Mia madre, che ottantaquattro anni li ha già compiuti, ha
ancora il vezzo di nascondere la sua età o, al contrario, di ostentarla
con civetteria una volta che il suo interlocutore gliene abbia dati molti
di meno. Il babbo è morto a 64 anni e anche suo padre è morto così giovane
che non l’ho mai conosciuto. Dei tanti fratelli di mio padre soltanto uno
è morto in età avanzata. Quando arrivava in casa la notizia di quelle
morti premature, mi confortavo un poco all’idea che “avevo preso” dai L.
Oggi, a 56 anni suonati, penso che vorrei vivere a lungo finché continuerò
ad amare la vita. Meglio se in buona salute, ma anche in compagnia di
qualche dolore se questo non mi priverà di una coscienza vigile e di una
buona immaginazione. Non vorrei invece restare aggrappato alla vita solo
per paura della morte. Quando dovessi odiare la vita, preferisco morire.
Un tempo mi preoccupavo assai più che oggi dell’ “utilità del vivere” o di
quale “uso” fare della vita. Mi hanno educato a occuparmene fin
dall’infanzia e in modo quasi ossessivo. Adesso so che a questa incombenza
provvede da solo il mio “super Io” e a me conviene piuttosto badare a che
non ecceda.
Ad amare e godere la vita ho dovuto educarmi da solo, e in età abbastanza
avanzata
. Mi incoraggiavano sì a vivere “in pace con me stesso”, ma
intendevano in pace con la mia “buona coscienza”, in altre parole con il
catechismo e l’autorità. Ho dovuto educarmi da solo a vivere bene con
quella parte di me stesso che avevo perseguitato o rimosso.
Infanzia, adolescenza e parte della giovinezza le ho passate pensando che
la vita doveva ancora arrivare. Decenni di preparazione austera alla vita:
che senso ha? La vita appartiene al presente. “Godi fanciullo mio”,
scriveva Leopardi, ma anche lui in fondo pensava che l’illusione di una
vigilia fosse l’unica felicità concessa agli esseri umani. Come se croce e
delizia del genere umano potesse essere soltanto l’amore dell’ “infinito”.
E perché non amare il finito? Perché non cercare il piacere in ciò che è
ora e soltanto ora, cogliendo l’”attimo presente” e lasciando al “presente
che verrà” la sua parte di gioia e dolore?
Mentre scrivo è una stupenda mattina di settembre, sono piacevolmente
seduto sulla poltrona dello studio, lo stereo è acceso e i miei pensieri
affiorano cullati da una musica antica. Perché scrivo? Scrivo perché mi
piace scrivere ora. Punto e basta. Ma ecco che il mio sguardo è distratto
da un piccolo insetto che vola in mezzo alla stanza. Vola silenziosamente
in circolo, instancabilmente, senza posarsi. Una mosca? No, non è una
mosca. E’ un tarlo. Lo sguardo corre ora alle gambe del tavolo fratino e
mi accorgo che c’è polvere di segatura dappertutto. Tutto il lavoro di
disinfestazione che avevo fatto lo scorso anno dovrò farlo di nuovo.
Quando? Come? Quanto tempo ho prima che gli altri mobili siano anch’essi
infestati? Una piccolissima ansia, piccola e fastidiosa come l’insetto che
l’ha provocata, ha già turbato il mio benessere. Potrei provare a
convivere coi tarli, ma prima o poi l’istinto mi obbligherebbe a difendere
il mio territorio.
Perché il piacere non fosse turbato bisognerebbe cancellare il dolore,
cancellare la morte. Bisognerebbe che il sistema nervoso, non soltanto la
mente razionale, diventasse indifferente a qualsiasi minaccia. Amare
realmente la vita vuol dire anche accettare la fragilità del piacere.
Se non si può cancellare il dolore, si può sempre fare qualcosa per
ridurlo. Per esempio, imparare a distinguere i problemi reali da quelli
immaginari, i fastidi veri e inevitabili da quelli che ci procura il
nostro complicatissimo modo di vivere. Per alcuni aspetti il progresso ci
rende più liberi, per altri invece moltiplica le dipendenze, affidando
serenità e benessere a meccanismi sempre più complessi, alle cure di
specialisti sempre più esigenti e irreperibili.
Prima di prendere una decisione bisognerebbe sempre chiedersi se serve a
semplificare o a complicare ulteriormente la vita. E’ vero che le
complicazioni salvano dalla noia, che stimolano utilmente l’intelligenza e
la fantasia. Ma quando – come sempre più spesso accade – la soluzione non
dipende da noi e non si può contare su un’organizzazione sociale
efficiente, alle complicazioni segue soltanto la frustrazione. Meglio
risparmiare energie per i problemi che inevitabilmente ci propone la
sorte.
D’altra parte, se è bene evitare tutto ciò che genera ansia non è meno
utile saper prevenire la noia. Quando passo la maggior parte del tempo in
azioni ripetitive e automatizzate ho l’impressione di vivere meno, dunque
vivo di meno. Al contrario, una vita avventurosa è anche una vita più
lunga, e ciò vale per le avventure del corpo come per quelle della mente.
Chi è più capace di inventarsi la vita, giorno per giorno, vive di più
rispetto a chi segue un’avvilente “routine”.
Odio la guerra, ho un sacrosanto terrore delle catastrofi, ma è difficile
negare che l’esperienza vissuta in queste terribili circostanze possa
arricchire di senso un’intera esistenza. Lionello e Augusto, due vecchi
contadini che incontro la sera “a veglia” nella mia casa di campagna, non
avrebbero altro da raccontare che una vita di fatiche nei campi se non ci
fosse stata la “naja” a far loro conoscere il mondo. La guerra in
Abissinia
, la prigionia in Palestina e in Egitto, anni di paura e di
sofferenza, ma non parlano d’altro, come se soltanto in quegli anni il
destino avesse illuminato un’esistenza altrimenti banale. Un destino
crudele, quello dei poveri, di potersi vantare soltanto delle disgrazie.
Si può essere ricchi e istruiti e condurre una vita da larve, ma certo la
cultura non è indifferente. Chi è in grado di sviluppare e approfondire le
proprie esperienze vive di più rispetto a chi non va mai oltre la
superficie. Per questo però occorre un’intelligenza paziente, e nella
cella di un monastero o di una prigione c’è chi ha saputo crearsi
un’esistenza più intensa e varia di quella di molti che girano il mondo
senza vederlo.
La varietà degli oggetti intorno a noi conta meno della sapiente arte di
leggerli, cogliendone tutti gli aspetti e le dimensioni. C’è chi ha avuto
una vita appassionante concentrandosi su un solo autore, un solo libro,
una sola opera d’arte. Infine, vive di più chi ha maggiori capacità e
possibilità di associare immagini e idee. A che altro serve, in
definitiva, la nostra cultura?

Settembre 1992

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