Sono un perfezionista

“Nous disons d’aucuns ouvrages qu’ils puent d’huyle et la lampe, pour
certaine aspreté et rudesse que le travail imprime en ceux ou il a grande
part. Mais, outre cela, la solicitude de bien faire, et cette contention
de l’ame trop bandèe et trop tendue à son entreprise, la met au rouet, la
rompt et l’empesche, ainsi q’il advient à l’eau, par force de se presser
de sa violence et abondance, ne peut trouver issue en un goulet ouvert”
(Essais,I,X).

(“Di alcune opere diciamo che puzzano d’olio e di lucerna,per una certa
durezza e ruvidezza che il lavoro imprime in quelle in cui esso occupa
gran parte. Ma,oltre a ciò, l’assillo di far bene e quello sforzo
dell’anima troppo legata e tesa nel proprio lavoro, la chiude in un
cerchio, la fiacca e la vincola, come accade all’acqua che per forza della
sua violenza ed abbondanza, non riesce a trovar l’uscita in
un’imboccatura…” (Saggi,X,pagg.54-55).


Tanto vale che mi rassegni: non riuscirò mai a scrivere un libro. E la
ragione, ora lo so, sta proprio in questo “assillo di far bene” di cui
parla Montaigne. Sono un perfezionista, e lo sono, mio malgrado, da quando
ero bambino. Quando, come e perché ho meritato questa condanna? Di cinque
fratelli che eravamo, soltanto io. “Nando è il più serio,bisogna
riconoscerlo”, ripetevano genitori e nonni gratificandomi di un’occhiata
benevola e compiaciuta, e non sapevano – ma forse invece sapevano, chissà
- di incatenarmi sempre più strettamente a un implacabile super-io.
“Prendete esempio da Fernando”, ammoniva padre Filippo rivolgendosi agli
altri ragazzi della parrocchia, e non sapeva – ma forse invece sapeva – di
caricare sulle mie spalle, non già sulle loro, il fardello più grave.
“Cancedda sì che è un ragazzo serio”, ammiccavano anche le belle ragazzine
di classe mia difendendosi dagli scherzi un po’ volgari dei miei compagni
più disinvolti, e fu allora, credo (o è una rielaborazione tardiva della
memoria?) che cominciai ad avvertire un certo qual disagio per
quell’immagine di ragazzo “più grande della sua età” che mi stavano
cucendo addosso e che chiudeva la strada, ogni giorno di più, a
incoffessati, più spesso inconsci, desideri di trasgressione.
Controllato,anzi controllatissimo: così sono cresciuto. E tuttavia
nonconformista e contestatore, per aver imparato fin dall’adolescenza ad
andare controcorrente, pagando per una faticosa e talora ossessiva
coerenza con il modello ideale che mi avevano consegnato, il prezzo
dell’isolamento dalla maggior parte dei miei coetanei. In un’età in cui
l’amicizia vuol dire soprattutto complicità trasgressiva, mi ero
lentamente educato a sentirmi diverso, e magari un gradino superiore agli
altri per giustificare quella diversità. E più i miei coetanei mi
respingevano per questo, più ricercavo ruoli e responsabilità di adulto. A
undici anni, in parrocchia, avevo già incarichi di dirigente.
Ero severo con gli altri perché severo con me stesso. A scuola andavo
benino, senza essere particolarmente brillante, un po’ perché la militanza
cattolica non mi lasciava tempo per studiare, un po’ perché ero così
ossessionato dal timore di far male che ad ogni prova, orale o scritta,
venivo quasi preso dal panico. Ogni lode mi eccitava. Ogni insuccesso,
anche minimo, mi deprimeva. Nelle competizioni non sopportavo di perdere.
E finivo per disprezzare quelle, lo sport ad esempio, dove pensavo di
avere scarse possibilità di riuscita.
In pubblico parlavo volentieri, mi avevano abituato a farlo fin da
ragazzino. Intervenire nei dibattiti mi emozionava e mi esaltava. I
pensieri affluivano senza difficoltà, e questo mi dava un certo stupore e
al tempo stesso una sensazione piacevole di efficacia, un po’ come al
predicatore che avverte di trasmettere agli altri la forza delle sue
convinzioni. Perché non avevo la stessa sicurezza nelle interrogazioni
scolastiche ? Nei dibattiti pubblici non avevo paura di polemizzare con
ministri o arcivescovi. A scuola mi preoccupava il giudizio di un
insegnante che pure consideravo mediocre. Non era timidezza, dunque, ma
forse difficoltà a sopportare una situazione in cui ero oggettivamente in
condizioni di inferiorità, non più io a giudicare, ma ad essere
giudicato. E infatti un confronto con lo stesso insegnante, ma al di fuori
del rapporto formale tra superiore e inferiore (o dello schema simbolico
padre-figlio?) non mi creava disagi.
Mi pare, insomma, di non essere mai riuscito ad accettare sino in fondo e
di buon grado una situazione di dipendenza. Una prova? Riesco a tollerare
le critiche dei miei pari, molto meno quelle dei superiori, con i quali
finisco per avere quasi sempre un rapporto conflittuale. Ancora oggi,
basta che un compagno di lavoro, anche un collega che stimo, diventi mio
superiore diretto perché qualcosa dentro di me ne faccia subito un
avversario. Se posso, evito di incontrarlo e drammatizzo in modo del tutto
irrazionale qualsiasi colloquio, come se mi portassi dietro un oscuro
senso di colpa nei suoi confronti. E’ vero che,a colloquio iniziato, gran
parte dell’ ansia svanisce, ma non riesco mai ad essere del tutto sereno.
Anche quando il comportamento esteriore può sembrare disinvolto, finisco
per risultare aggressivo o inutilmente drastico. E come avveniva con mio
padre, mi sorprendo poi a immaginare lunghissimi dialoghi in cui cerco
di contrastare con la nuda dialettica qualche folle pretesa del mio
arrogante interlocutore.
Ma anche con le ragazze ero controllatissimo, e lì probabilmente mio padre
non c’entra. Semmai c’entrano padre Filippo e la sua morale repressiva.
Credo di aver battuto ogni record in fatto di amori non dichiarati. Quanti
approcci amorosi fatti soltanto con la fantasia! Ora che ci penso, non mi
è mai, dico mai, capitato di avvicinare per la prima volta una ragazza con
un complimento o con il trasparente proposito di farle la corte. Semplice
timidezza? Paura di compromettere la mia immagine? O di precipitare nel
ridicolo? Oppure di mettere in moto un processo che non avrei potuto
controllare, con conseguenze imprevedibili per l’avvenire? So solo che
ogni volta che mi si presentava un’occasione restavo impacciato, del tutto
incapace di esprimere ciò che avevo nel cuore, e di mettere in atto
propositi rimuginati fino a un attimo prima.
Che non riesca a scrivere con facilità, senza pensare e ripensare,
correggere e ricorreggere cento volte la stessa frase, mi pare del tutto
coerente con questi limiti, assai difficilmente superabili, del mio
carattere. Perciò non credo che sarò mai uno scrittore. Se ho ricavato
qualche soddisfazione dal mestiere di giornalista è solo perché
quell’”assillo di far bene” e quello “sforzo dell’anima troppo legata e
tesa nel proprio lavoro” non possono dilungarsi oltre la scadenza fissata
per la messa in onda di un servizio televisivo. Arriva il momento in cui
il testo va “chiuso” e montato. Soltanto a trasmissione avvenuta mi
accorgo, il più delle volte, che la mia inquietudine era immotivata e, in
ogni caso, sproporzionata. L’aver preso coscienza di questo, soprattutto
attraverso l’analisi, ha portato negli ultimi anni qualche miglioramento,
ma la fatica di scrivere è ancora tanta che per fare o accettare proposte
di lavoro mi occorre ancora un piccolo sforzo di volontà. Come molti che
passano per pigri, sono soprattutto un perfezionista, e in questa
limitazione mi sembra fin troppo facile, oggi, riconoscere il frutto più
negativo di una responsabilizzazione smodata che risale ai miei primi anni
di vita: a quando ero il figlio maggiore che doveva dare l’esempio e
comportarsi da “ometto”, a quando cominciai a sentire il mondo sulle mie
spalle e ogni mio piccolo gesto pesato sulla bilancia di Dio
.

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