Paolo Borrello: in Nicaragua divieto di abortire e in Italia?

ago 3rd, 2009 | By nandocan | Category: la parola a..

Paolo Borrello2 agosto 2009 – In Nicaragua, nonostante che dal 2006 è di nuovo Presidente Daniel Ortega, l’ex guerrigliero che ora guida un’ alleanza tra il Fronte sandinista di liberazione (Fsln) e una parte della destra, vige il divieto assoluto di abortire (lo denuncia Amnesty International).*

In Italia la relazione annuale del ministero del Welfare presentata al Parlamento dimostra che il numero di interruzioni di gravidanza continua a diminuire.

Ho deciso di dedicare questo post ad uno stesso argomento – la situazione degli aborti – in due Paesi molto diversi tra di loro, perchè le informazioni in esso contenute dimostrano, a mio avviso, che relativamente agli aborti molto spesso si discute senza essere a conoscenza di quanto avviene realmente.

La situazione del Nicaragua mi ha molto sorpreso. Non pensavo che in quel Paese fosse in vigore il divieto assoluto di abortire. Forti critiche a quanto avviene in Nicaragua sono contenute in un comunicato di Amnesty International:

“… In un rapporto diffuso il 27 luglio a Città del Messico, Amnesty International ha reso noto che il divieto assoluto di abortire, in vigore dal luglio 2008 in Nicaragua, mette in pericolo la vita delle donne e delle ragazze, negando loro trattamenti salvavita, impedendo agli operatori sanitari di fornire cure mediche efficaci e contribuendo all’aumento della mortalità materna in tutto il paese.

Secondo i dati ufficiali, quest’anno 33 donne e ragazze sono morte durante la gravidanza, rispetto alle 20 dello stesso periodo del 2008. Amnesty International ritiene che queste cifre siano inferiori alla realtà, poiché lo stesso governo ha riconosciuto che i numeri sulla mortalità materna sono sottostimati.

Il rapporto ‘Il divieto totale di abortire in Nicaragua: la salute e la vita delle donne minacciate, gli operatori sanitari criminalizzati’ è il primo studio realizzato da Amnesty International sulle implicazioni, dal punto di vista dei diritti umani, del divieto di abortire nei casi in cui la salute o la vita di una donna o di una ragazza siano a rischio o quest’ultima sia stata vittima di stupro o incesto.

Il nuovo codice penale del Nicaragua prevede pene detentive per le donne e le ragazze che cercano di abortire e per gli operatori sanitari che forniscono servizi associati all’aborto…

‘Il divieto di aborto terapeutico in Nicaragua rappresenta una disgrazia. È uno scandalo dei diritti umani che ridicolizza la scienza medica e trasforma la legge in un’arma contro la somministrazione di cure mediche alle donne e alle ragazze incinte’ – ha dichiarato Kate Gilmore, vice Segretaria generale di Amnesty International, rientrata a Città del Messico da una visita in Nicaragua. ‘Il nuovo codice penale in vigore nel paese è una conseguenza, cinica e insensibile, della contrattazione politica delle elezioni del 2006. Il risultato è che oggi una legge punisce le donne e le ragazze che hanno bisogno di cure salvavita e i medici che le forniscono’…

La delegazione di Amnesty International ha incontrato giovani ragazze che, dopo essere state sottoposte a violenza sessuale da parte di familiari stretti o amici, non avendo alternative sono state obbligate a portare a termine la gravidanza, dando alla luce molto spesso il loro fratello o la loro sorella. L’organizzazione per i diritti umani ha appreso con grande turbamento che c’è stata un’impennata dei suicidi da avvelenamento di ragazze incinte nel 2008.

Le ostetriche, i ginecologi e i medici di famiglia hanno detto ad Amnesty International che, in base al codice penale, non possono più fornire legalmente cure mediche a una donna o a una ragazza incinta in pericolo di vita, a causa del potenziale rischio per il feto. Una dottoressa ha dichiarato che prega ogni giorno di non ricevere una donna in gravidanza anencefalica (una condizione che significa che il feto non potrà sopravvivere), poiché in quel caso dovrà dirle che sarà obbligata a portare a termine la gravidanza, nonostante le conseguenze devastanti per la gestante dal punto di vista fisico e psicologico…

Amnesty International sollecita le autorità del Nicaragua a:

ritirare immediatamente la legge che proibisce tutte le forme di aborto;

garantire servizi sicuri e accessibili di aborto per le vittime dello stupro e per tutte le donne la cui salute o la cui vita sarebbero a rischio se proseguissero la gravidanza;

proteggere la libertà di parola di coloro che si schierano contro la legge e offrono sostegno alle donne e alle ragazze colpite da questa normativa.

Amnesty International sollecita con la massima urgenza la Corte suprema del Nicaragua a pronunciarsi sulla legalità e costituzionalità della legge.

Per quanto riguarda l’Italia, in un articolo di Simone Luciani pubblicato su www.articolo21.info, si prende in esame la relazione annuale del ministero del Welfare presentata al Parlamento. Così Luciani scrive:

 ”E’ passato poco più di un anno, eppure sembra poco più di un secolo. Era appena il 2008, quando l’aborto, stando alle manifestazioni (ben poco frequentate) e alla visibilità mediatica (accecante), sembrava diventato un allarme sociale di proporzioni inaudite. Intellettuali, imbonitori, giornalisti, scienziati che imperversavano per le strade e lamentavano una serie di enormità, dall’eugenetica alla strage degli innocenti.

Ebbene, recentemente è stata presentata dal Ministero del Welfare la relazione annuale al Parlamento sull’applicazione della legge 194, in cui possono leggersi i primi dati sull’aborto riguardanti proprio il 2008. Come ampiamente prevedibile da parte di chi, anche in quel periodo, abbia conservato un minimo di lucidità mentale, i numeri parlano chiaro: l’Italia ha uno dei tassi di abortività più bassi d’Europa, e il numero assoluto di interruzioni di gravidanza continua a calare, toccando il minimo storico di 121 mila interventi (6 mila in meno rispetto al 2007 e poco più della metà rispetto al 1982). Addirittura, le donne italiane che sono ricorse all’aborto 3 o più volte rappresentano l’1,7%. Dunque, come la relazione dell’anno scorso, come quella di due anni fa, di tre e via dicendo, i dati parlano di un fenomeno estremamente contenuto e in calo. Merito, ovviamente, delle donne italiane, e non certo dei movimenti, dei gruppi e dei politici pro-life, che accompagnano le crociate antiabortiste con condanne del tutto insensate e irrazionali dell’educazione sessuale e della contraccezione, che restano le due strade (culturale e tecnica) per limitare il ricorso all’aborto…

Invece, volendo puntare un tantino più in alto, sarebbe più utile riflettere sui due nodi problematici posti da questa relazione e dalle precedenti.

Il primo è il tema dell’aborto fra le donne straniere. Al 2007, una donna su tre che ha fatto ricorso all’interruzione di gravidanza è straniera, e anche il dato assoluto è in continua crescita. Un approccio serio e non ideologico al problema, anziché impegnarsi a dimostrare improbabili teoremi sull’eugenetica, dovrebbe pensare a dei processi di informazione, di educazione, di avvicinamento delle donne immigrate con campagne mirate che sappiano e possano, senza anatemi, spiegare tutti gli aspetti di una procreazione libera e responsabile. Compreso il tema dell’interruzione di gravidanza: non è una novità che queste donne mettano a repentaglio la propria vita con tentativi di aborto artigianale.

Il secondo nodo è quello dell’obiezione di coscienza. A livello nazionale 7 ginecologi su 10 sono obiettori, e in alcune regioni il dato supera l’80%. La sottosegretaria Roccella, con semplicità, ha spiegato che tutto ciò non compromette l’efficienza del servizio. Meno semplice è sperare che qualcuno ci creda. Anche qui, un governo e un parlamento seri dovrebbero chiedersi se è il caso di tenere in piedi un istituto, quello dell’obiezione di coscienza, che nacque per quei ginecologi che, nel 1978, entrata in vigore la legge, si sarebbero trovati da un giorno all’altro a fare un lavoro nuovo che potevano anche non approvare. Oggi non crediamo ci siano particolari ragioni perché un ginecologo possa scegliere di non fare aborti, se da domani la legge prevedesse questo. Più nell’immediato, invece, sarebbe il caso di capire quali siano le strutture in cui le interruzioni di gravidanza non vengono eseguite, o vengono eseguite con discontinuità, o vengono eseguite da uno o due ‘superstiti’. E studiare provvedimenti seri, che non costringano le donne a umilianti viaggi della speranza.

Entrambi questi punti, comunque, non intaccano la realtà di fondo: in Italia non c’è alcun allarme sociale legato all’aborto. C’è, semmai, il problema di come sostenere la donna di fronte a una scelta così drammatica e difficile, evitando indebite (e indegne) pressioni. Ma per fare ciò si dovrebbe accettare come base comune un presupposto che, nel nostro paese, disturba ancora i sonni di parecchie persone: la libertà della donna”.

il neretto è di nandocan

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