Un modo (sbagliato) di vivere

nov 22nd, 2008 | By nandocan | Category: ventunesimo secolo

 Il peggio, dicono gli esperti, deve venire. Anzi, sta già arrivando: recessione, disoccupazione, crescita delle diseguaglianze e del conflitto sociali. Dicono di una crisi finanziaria senza precedenti, che per la prima volta investe contemporaneamente tutti i continenti. Che poi sia il segnale della fine del  capitalismo selvaggio, anche questo dice qualcuno  e sarebbe  augurabile, ma io non lo credo. Tutti i provvedimenti adottati, pur nella grandiosità delle cifre e nella severità (provvisoria) degli interventi governativi, non affrontano il male alla radice. C’è anzi da chiedersi quale garanzia abbiamo che il credito offerto dal piano di salvataggio non venga utilizzato  ancora in operazioni speculative anziché per finanziare infrastrutture e industria.

Non sarà più come prima, d’accordo. Probabilmente è vero che, come dice George Soros, il notissimo finanziere-filantropo, “il mondo si avvia deciso verso la fine dell’era del dollaro”. Ma regolare politicamente il movimento dei capitali è ben altra cosa. Chiede più che una “moralizzazione” del mercato e un po’ di trasparenza nel mondo bancario. Chiede, temo, di cambiare strutturalmente un sistema economico che fa acqua da tutte le parti. Il premio Nobel Joseph E. Stiglitz lo ha ripetuto in questi giorni: “la crisi ha dimostrato ancora una volta che l’economia di mercato non funziona come i suoi stessi sostenitori dicono che dovrebbe funzionare”.
Chissà se le gravi difficoltà che ci attendono saranno sufficienti a convincere l’opinione pubblica - e soprattutto le classi dirigenti – della necessità di ripensare un modello di sviluppo che – oggi dall’America, domani magari dalla Cina – sta provocando gravi danni al pianeta e a tutti i suoi abitanti. Non vi è riuscita nemmeno la previsione unanime degli scienziati di un disastro ecologico. L’ultima notizia è che l’Italia, con la Polonia, tenta di convincere gli alleati europei a tornare indietro  rispetto agli  obbiettivi pur modesti del trattato di Kyoto.
Contrapporre finanza ed economia reale non è sufficiente. Per ridurre alla ragione il capitale, abituato a soffrire ogni limite come un ostacolo (lo diceva già Marx) bisognerebbe intanto smettere di identificare lo sviluppo con la crescita del prodotto interno lordo. Fermare il consumismo che induce a produrre ciò di cui non abbiamo bisogno  e con il moltiplicarsi dell’”usa e getta” rasenta ormai la follia (al tempo stesso l’inflazione costringe i meno abbienti a ridurre i consumi di prima necessità). Svegliare insomma il mondo dall’ipnosi pubblicitaria che,  mentre fa vivere tutta la comunicazione di massa, domina pensieri e comportamenti. Vasto programma. Il nostro paesaggio, per ora, è illuminato da quella sorridente luna piena che (ricordate?) salutava il pubblico di un film di Fellini: “pubblicitaaaaa”.


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